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D-RIBOSIO

Claudia Valla

1          Cosa è il D - ribosio

Il D – ribosio è uno zucchero (pentoso) a cui è attribuibile un ruolo fondamentale nel metabolismo energetico delle cellule di tutti gli organismi viventi. Esso rappresenta inoltre un precursore di primaria importanza nella biosintesi degli acidi nucleici e di alcuni aminoacidi (istidina, glutammina, glutammato, prolina ed arginina).

Di conseguenza, il D – ribosio, assunto per via orale sotto forma di integratori alimentari, può aiutare il corpo a restaurare velocemente l’energia perduta, in particolare dopo un’intensa attività fisica.

2          Il metabolismo del D - ribosio

Nel nostro organismo, il ribosio viene normalmente ricavato, nella forma di D – ribosio 5 fosfato, a partire dal glucosio 6 fosfato nel cosiddetto ciclo dei pentosi fosfato in seguito ad una complessa serie di reazioni enzimatiche. Il ribosio 5 fosfato, è successivamente trasformato in ribosio 1 pirofosfato 5 fosfato (PRPP) precursore della molecola dell’ATP (vedi figura 1). In caso di attività fisica particolarmente intensa o di ridotto apporto energetico con la dieta, nel muscolo scheletrico ed in quello cardiaco può venire meno la disponibilità di un enzima chiamato glucosio 6 fosfato deidrogenasi (G6PDH) che catalizza la fase dalla quale dipende la velocità dell’intero processo (“rate limiting phase”) (1).

Negli altri tessuti, per esempio il fegato ed i reni, la via non è limitata dal tasso di enzimi. Di conseguenza, i reni ed il fegato possono produrre il ribosio di cui necessitano, anche se quella fonte di ribosio non sarà a disposizione di altri organi e di altri tessuti. Ogni cellula deve mantenere la sua provvista di ribosio per la produzione di nucleotidi e di RNA. Quando i substrati di produzione dell’energia sono esauriti e perduti, devono essere ripristinati. Ecco dove interviene il ribosio (12).

L’apporto diretto di D – ribosio, dunque, permette all’organismo di evitare il passaggio catalizzato dall’enzima G6DPH, elevando dunque molto velocemente il livello di PRPP. In tal modo, è incrementata la biosintesi di adenin – nucleotidi, i quali possono quindi supplire le risorse del muscolo scheletrico e di quello cardiaco depauperate in seguito all’intensità dello sforzo fisico. Il D-ribosio, assunto come tale, è fosforilato in posizione 5 da uno specifico enzima (ribochinasi) che permette dunque al ribosio-5-fosfato di essere indirizzato verso la produzione di PRPP ed, in ultima analisi, anche di energia di pronto utilizzo.

In media, il corpo umano contiene 1,6 mg di ribosio per 100 ml di sangue in ogni istante della giornata. Il tasso di ribosio nel sangue è comunque molto variabile nella popolazione: per alcuni individui è pari a zero, mentre per altri può raggiungere valori addirittura pari a 3,6 mg/100 ml. La presenza di ribosio è riscontrabile in tutte le cellule viventi, e quindi anche in quelle dei cibi di cui ci nutriamo, ma le quantità non sono assolutamente apprezzabili. Anche il ribosio contenuto nella carne se ne va con la cottura (2). Recenti studi (11) sembrano dimostrare la presenza di D-ribosio in quantità apprezzabili (1,28-5,08 mg/5 ml di campione) solo in alcuni vegetali non particolarmente comuni quali, ad esempio, il Sesanum Radiatum ed il Pennisteum Thiphoides (piante di origine africana). In generale, dunque, possiamo affermare che lo zucchero D-ribosio non rientra tra i principi nutritivi apportati in quantità apprezzabili dalla comune dieta occidentale.

Per questi motivi, se si desidera godere dei vantaggi che il D-ribosio può offrire in termini di aumento della velocità del ricambio energetico, è necessario rivolgersi ad integratori alimentari.

L’assorbimento del D-ribosio avviene per mezzo di una diffusione facilitata che non richiede dunque alcun sistema di trasporto cellulare specifico. Per tale motivo, non sussiste il rischio di una possibile desensibilizzazione del sistema coinvolto, né si evidenzia la necessità di effettuare una qualsiasi ciclizzazione (come ad esempio sembra essere consigliabile per la creatina), il ribosio assunto è prontamente assorbito e non rimane in circolo per più di due ore dopo ogni singola dose.

Le ricerche condotte con il ribosio marcato 3H hanno permesso di determinare il suo cammino metabolico all’interno dell’organismo. Così velocemente quanto sono dai cinque minuti ad un’ora dopo che il ribosio è comparso nel sangue, inizia ad apparire anche nei nuclei cellulari di svariati tessuti, compreso il fegato, i reni, il cuore, il muscolo scheletrico, la muscolatura liscia e molti altri.

La maggior parte di questo ribosio viene direttamente metabolizzato in purine e pirimidine, che sono usate per la sintesi degli acidi nucleici (in misura preponderante per la sintesi dell’RNA) e dei nucleotidi come l’ATP. L’RNA partecipa alla sintesi proteica e gli adenin nucleotidi sono utilizzati per costruire le riserve energetiche per mezzo dell’ATP (12).

Parte del ribosio viene metabolizzato in glicogeno all’interno del citoplasma cellulare (lo spazio tra la membrana cellulare ed il nucleo). Ciò è dovuto ad un flusso di ribosio attraverso la via dei pentosi fosfato fino al glucosio. La quantità di ribosio che intraprende tale direzione è regolata dalle esigenze della via della purina e della pirimidina. Il ribosio libero è, infatti, diretto prima verso la biosintesi od il recupero dei nucleotidi e poi, quello in eccesso, verso il ciclo dei pentosi fosfato. Una piccola quantità di ribosio viene metabolizzata anche in glicoproteine, le quali si trovano in molte secrezioni cellulari formate all’interno dell’apparato di Golgi delle cellule. Tali secrezioni possono comprendere  quelle pancreatiche, quelle delle mucose e certi lipidi o grassi; ad ogni modo le secrezioni di glicoproteine non sono rilevanti per il ruolo del ribosio nel cuore e nel muscolo scheletrico (12).

3          Gli effetti del ribosio nel muscolo scheletrico

Gli atleti che si sottopongono regolarmente a periodi di intensa attività fisica sperimentano personalmente la difficoltà di mantenere alti i livelli delle loro prestazioni. In questi casi, infatti, nel muscolo scheletrico si verifica un fenomeno noto come anossia (carenza di ossigeno) causata dal fatto che le fibre muscolari consumano più ossigeno di quanto il flusso sanguigno riesca a fornirgliene tramite la circolazione.

Parecchi studi hanno dimostrato che, mentre in condizioni di riposo o di moderata attività fisica il muscolo scheletrico ha un’ottima capacità di ripristinare le riserve di ATP, quando l’intensità dello sforzo aumenta fino ad arrivare a livelli molto elevati, tutto ciò si traduce in una diminuzione della disponibilità di ATP e del totale dei nucleotidi adeninici (detti anche “TAN” e rappresentati da ATP o “adenosin trifosfato”, ADP o “adenosin difosfato” ed AMP o “adenosin monofosfato”). Tali nucleotidi apportano la maggior parte dell’energia cellulare e del carburante necessario alle diverse attività del nostro corpo, tra le quali ricordiamo ad esempio la contrazione muscolare.

L’energia è rilasciata, e quindi resa disponibile alla cellula, ogniqualvolta si verifica la scissione di un legame altamente energetico quale quello fosforico presente, appunto, nelle molecole dei TAN: in pratica, ogni volta che un gruppo di TAN viene trasformato in un altro (più precisamente: l’ATP in ADP e, quindi, in AMP).

In condizioni normali, con una quantità abbondante di ossigeno a disposizione, l’ADP viene riciclato in ATP all’istante e l’energia viene ripristinata. Quando però l’ossigeno è esaurito, come accade durante l’attività fisica ad alta intensità, il processo di riciclo non può continuare.

Sembra infatti che già una settimana di intensa attività fisica basti a impoverire in modo significativo i livelli di ATP (- 23%) e di TAN (- 24%) senza concrete possibilità di recupero, anche dopo 72 ore di riposo (3).

Tale ritardo nel ripristino delle riserve energetiche del muscolo scheletrico riflette la carenza del precursore PRPP conseguente alla mancata disponibilità dell’enzima G6DPH che catalizza la fase limitante per la velocità del processo. Quando non c’è più ossigeno sufficiente, l’ADP si degrada ulteriormente. Due molecole di ADP si combinano formando una sola molecola di ATP ed una di AMP, e l’ATP aiuta la cellula ad eseguire il lavoro.

Con il proseguire del processo, comunque, la cellula soffre di un aumento della concentrazione di AMP, che non può tollerare. Le cellule hanno infatti bisogno di mantenere un equilibrio ben preciso tra le concentrazioni di ATP, ADP e AMP per non alterare il loro stato di salute e continuare a lavorare in un regime non di emergenza. Quando i livelli di AMP si alzano, tale rapporto viene sbilanciato e la cellula si trova nella necessità di dover escogitare qualcosa per diminuire l’aumento della quantità di AMP.

Le cellule dei muscoli scheletrici, ad esempio, hanno poche scelte per correggere lo squilibrio, tra le quali la più adottata è generalmente la liberazione dei metaboliti dell’AMP dalla cellula stessa. Tutto ciò comunque conduce ad una riduzione del totale del pool dei nucleotidi adeninici (TAN), cosa che è facilmente riconducibile ad una minore disponibilità di ATP (12).

Un recente studio (4,9) ha dimostrato come in soggetti sani le purine totali continuino a diminuire anche nei primi tre minuti successivi al termine dell’esercizio fisico.

In uno studio pilota (5) condotto su quattro atleti di sesso maschile, è emerso che l’assunzione di D – ribosio sotto forma di integratori alimentari era in grado di incrementare la potenza muscolare e la velocità di recupero dei livelli di TAN rispetto agli atleti del gruppo di controllo ai quali era stato somministrato un placebo. Le dosi somministrate ammontavano a 10 g tre volte al giorno. Tale studio era articolato su tre fasi: una di semplice assunzione del D – ribosio senza attività fisica, una di regolare ripetizione di cicli di esercizio fisico intenso (tre volte al giorno) ed una di recupero, ognuna delle quali aveva la durata di tre giorni.

I risultati emersi sottolinearono come gli atleti ai quali era stato somministrato D – ribosio, recuperavano molto più velocemente le scorte di ATP rispetto a quelli ai quali era stato somministrato il placebo. A livello muscolare, era inoltre prodotta molto più ammoniaca.

Tutto ciò ha confermato la tesi che, senza un regolare apporto di ribosio, risulta molto più difficile per gli atleti mantenere prestazioni elevate durante periodi di allenamento particolarmente intenso.

4          Gli effetti del ribosio sul muscolo cardiaco

Le conoscenze riguardanti gli effetti del ribosio sull’attività del muscolo cardiaco sono state ricavate da numerosi studi clinici e di laboratorio. Tali sperimentazioni hanno documentato parecchi effetti positivi quali ad esempio un miglioramento della funzione ventricolare e della soglia di tolleranza dell’attività fisica nei pazienti affetti da problemi a livello coronarico, nonché un più veloce recupero dei livelli di ATP e di TAN nel periodo successivo ad un’ischemia.

E’ noto infatti come il miocardio tenda ad impoverirsi di ossigeno qualora si verifichi una diminuzione del flusso sanguigno. Una normale e persistente conseguenza dell’ischemia consiste dunque in una consistente diminuzione di energia a livello tessutale, evidenziata dalla presenza di minori livelli di ATP (6,7).

L’assunzione di ribosio permette al tessuto del miocardio di arricchirsi di precursore PRPP, evitando il passaggio catalizzato dalla G6PDH, cioè la fase limitante per la velocità dell’intero processo. Tale incremento risulta nell’accelerazione della biosintesi dei nucleotidi adeninici ed in un globale miglioramento della funzionalità cardiaca.

Gli effetti della somministrazione per via orale di D - ribosio in pazienti aventi problemi a livello coronarico sono stati analizzati in recenti studi (8) condotti su dieci pazienti affetti da moderata angina o da depressione del segmento ST dell’elettrocardiogramma (indicatore di ischemia).

Figura 1 – Il ruolo del D – ribosio nella sintesi dell’ATP e degli adenin nucleotidi.


I risultati emersi hanno dimostrato che i pazienti ai quali era stato somministrato ribosio per via orale erano in grado di praticare per un periodo di tempo maggiore rispetto al gruppo di controllo una moderata attività fisica senza avvertire dolore al petto o iniziali sintomi di ischemia.

Tali sperimentazioni hanno documentato parecchi effetti positivi quali ad esempio un miglioramento della funzione ventricolare e della soglia di tolleranza dell’attività fisica.

5                    Il D-ribosio e la glicemia

Alte dosi di D-ribosio possono portare ad una diminuzione leggera ed asintomatica dei livelli di glucosio ematico. Alcuni ritengono che ciò sia dovuto ad una lieve reazione insulinica che porta il glucosio fuori dal sangue e verso i tessuti. Tale effetto si è presentato in studi svolti su cani, ma la ricerca sull’uomo in questo momento non è altrettanto chiara (12). Secondo altri studi sembra addirittura che il D-ribosio possa incrementare la produzione di insulina, ma anche per questo aspetto è bene attendere gli esiti di ulteriori ricerche (2).

L’associazione di D-ribosio con altri zuccheri, quali destrosio o fruttosio, potrebbe essere di valido aiuto nella modulazione della curva glicemica. Dato, comunque, che gli atleti che assumono D-ribosio apportano presumibilmente con la dieta anche altri carboidrati, l’effetto lievemente ipoglicemizzante del D-ribosio dovrebbe essere privo di particolari conseguenze.

Le persone che soffrono di ipoglicemia o presentano la tendenza a rapidi sbalzi glicemici, dovrebbero consultare un medico prima di utilizzare integratori a base di ribosio.

6          Le dosi orali consigliate

Mentre per i pazienti affetti da carenze coronariche non sono ancora stati definiti precisi livelli di assunzione giornaliera di D - ribosio, per le persone che praticano attività sportive di medio-alta intensità, la dose comunemente consigliata per il mantenimento corrisponde a 2,2 g/die prima e dopo la sessione di attività fisica. Nei giorni di riposo, il D – ribosio dovrebbe essere assunto prima di coricarsi. Per conservare, invece, elevati standard di prestazione durante periodi di allenamento ad alto impatto anaerobico, tali dosi sono elevabili fino a 5 – 10 g/die (10).

Il miglior modo per assicurare il massimo dell’assorbimento del D-ribosio è probabilmente quello di assumerlo con altri carboidrati o da solo a stomaco vuoto, preferibilmente un’ora prima e/o trenta minuti dopo l’attività fisica. Per sessioni d’aerobica molto protratte, può giovare anche impiegare il ribosio durante l’attività. Notate che se assunto in questo modo, è maggiormente consigliabile una dose minima (12).

In generale, dunque, l’ammontare della dose consigliata deve essere conformata all’intensità dello sforzo ed alla velocità con la quale l’atleta ha necessità di recuperare le forze.

Nonostante non sia comunque consigliabile l’assunzione di più di 10 g/die di D-ribosio, le ricerche mostrano che la dose massima sicura si aggira attorno ai 60 g/die, tenendo presente che dosi superiori ai 20 g/die possono provocare disturbi gastrointestinali eventualmente accompagnati da diarrea.

7          Possibili sinergie del D-ribosio con altri integratori

Il meccanismo di azione del D-ribosio e la sua utilizzazione in ambito atletico richiamano quelli di altri integratori più noti e già da tempo presenti sul mercato, quali, ad esempio, la creatina, la carnitina, il piruvato, etc.

Come tutti sappiamo, la creatina aumenta l’energia disponibile incrementando il pool del creatin fosfato in modo tale da facilitare il trasferimento del gruppo fosforico necessario all’ADP per diventare ATP.

La carnitina, invece, coadiuva il trasferimento degli acidi grassi attraverso la membrana mitocondriale potenziando in questo modo l’utilizzazione degli acidi grassi per la produzione di energia.

Il piruvato potenzia il ciclo di Krebs (o ciclo TCA), via di fondamentale importanza nella produzione di energia sotto forma di ATP.

Questi nutrienti agiscono attraverso meccanismi diversi, ma hanno in comune la necessità di esigere un pool sufficientemente alto di nucleotidi di adenina (TAN) da poter riciclare. L’attività fisica strenua e ad alta intensità, diminuisce tale pool soprattutto nel muscolo scheletrico e in quello cardiaco. Dal momento che il ribosio è in grado ripristinare la presenza di questi nucleotidi, è lecito supporre che i sopra citati composti possano agire in sinergia col D- ribosio.

L’assunzione diretta di nucleotidi adeninici, vale a dire dei più diretti precursori dell’ATP o dell’ATP stesso non è altrettanto efficace in quanto si tratta di molecole grandi e complesse e non prontamente assorbibili dall’organismo. Per di più, anche se potessero essere assimilate efficacemente, non sarebbero comunque smistate ai tessuti che ne sono carenti.

Sono state inoltre condotte ricerche su altri intermedi della via degli adenin nucleotidi. Alcuni sono risultati efficaci per l’aumento delle riserve energetiche depauperate. L’adenosina, l’adenina, l’inosina, il 5-amino-imidazoicarbossimide-riboside (AICAR) sono alcuni dei precursori dell’ATP che si sono dimostrati marginalmente utili nella rigenerazione e nell’aumento dell’ATP in seguito alla perdita di energia. La maggior parte degli studi che hanno avuto come oggetto questi composti sono però stati di breve durata ed il recupero dell’ATP è stato solo parziale. Inoltre, i precursori dell’ATP che sono relativamente distanti nei termini delle reazioni enzimatiche richieste per ripristinare l’ATP possono essere meno efficienti nell’indurre il recupero dell’ATP, mentre i precursori strutturalmente collegati come l’adenosina presentano effetti collaterali indesiderati, quali vasocostrizione (restringimento dei vasi sanguigni) e conduzione atrioventricolare rallentata (un disturbo del normale ritmo cardiaco) (12).

8          Possibili effetti di inattivazione del D-ribosio

Per un’assunzione più consapevole degli integratori a base di D-ribosio, è utile sapere che il D-ribosio, in qualità di zucchero riducente, è propenso alla reazione con i composti di tipo proteico.

Ad esempio, in presenza di proteine e di una fonte di riscaldamento, il D-ribosio può reagire con gli aminoacidi presenti nelle proteine e dare origine a composti di colore scuro. In questo caso, i benefici funzionali del D-ribosio vengono persi. E’ bene sottolineare però che, se la proteina non è riscaldata e cotta, tali reazioni non avvengono. A tal proposito, quindi, si consiglia di non lasciare bevande proteiche eventualmente associate al ribosio al sole o al caldo in automobile (12, 2).

9          La qualità del D-ribosio

Il segreto della qualità del ribosio presente in commercio è connesso alla sua purezza. Nel D-ribosio, infatti, si possono trovare diverse impurità. In pratica, tutte le impurità riscontrabili consistono in altri tipi di zuccheri, quali ad esempio, il glucosio o l’arabinosio, od in alcoli dello zucchero come il sorbitolo. Può essere difficile trovare le impurità con le tecniche di analisi standard perché sono “nascoste” dal ribosio.

La purezza del D- ribosio dipende largamente dal processo produttivo e precisamente dal rispetto di buone pratiche di lavorazione nonché dalle operazioni finali di purificazione.

Il ribosio presente negli integratori alimentari deve il suo prezzo, poco competitivo rispetto a quello di altri integratori alimentari, agli alti costi di produzione.

Attualmente, esistono due processi fondamentali per la produzione di D-ribosio. La tecnica più costosa richiede una coltura di lieviti in appositi impianti finalizzati all’aumento delle biomasse. Le cellule sono scisse in modo da far fuoriuscire gli acidi nucleici (DNA ed RNA) dal nucleo, questi sono poi raccolti ed idrolizzati in modo tale da estrarre il ribosio. Una tecnica parimenti efficace e meno costosa consiste nella fermentazione diretta di sciroppo di granoturco (contenente glucosio) da parte di specifiche colture batteriche. Tali batteri, durante la fermentazione, si nutrono del glucosio e producono ribosio grazie al loro particolare metabolismo. Il ribosio presente nel brodo colturale viene raccolto, purificato e cristallizzato (12).

Bibliografia

1.       Tullson, P.C., and R.L. Terjung. Adenine nucleotide synthesis in exercising and endurance – trained skeletal muscle. Am. J. Physiol. 261: C342-347, 1991.

2.       Burke, Edmund. D – Ribose What you need to know. New York: Avery, 1999.

3.       Hellsten-Westing, Y., B. Norman, P.D. Balsom, and B. Sjodin. Decreased resting levels of adenine nucleotides in human skeletal muscle after high-intensity training. J. Appl. Physiol. 74(5): 2523-2528, 1993.

4.       Tullson, P. C., J. Bangsbo, Y. Hellsten, and E. A. Richter. IMP metabolism in human skeletal muscle after exhaustive exercise. J. Appl. Physiol. 78: 146-152, 1995.

5.       Trappe, S. Effect of ribose supplementation on nucleotide depletion following high-intensity exercise in human skeletal muscle. 1999. Data on file at Bioenergy, Inc., 13840 Johnson St. N.E., Minneapolis, MN 55304 USA.

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8.       Pliml, W, T. von Arnim, A Steblein, H. Hofmann, H.-G. Zimmer, and E. Erdmann. Effects of ribose on exercise-induced ischaemia in stable coronary artery disease. Lancet 340: 507-510, 1992.

9.       Brault, J.J., and R. L. Terjung. Purine salvage rates differ among skeletal muscle fiber types and are limited by ribose supply. Abstract for ACSM 46th Annual Meeting 1999, on file at Bioenergy, Inc., 13840 Johnson St. N.E., Minneapolis, MN 55304 USA.

10.    Tullson PC, RL Terjung. Adenine nucleotide synthesis in exercising and endurance trained skeletal muscle. Am. J Phisol 1991 Aug; 261 (2 Pt 1): C342-7.

11.    Oshodi AA, Ogungbenle HN, Oladimeji MO. Chemical composition, nutritionally valuable minerals and functional properties of benniseed (Sesanum radiatum), pearl millet (Pennisetum typhoides) and quinoa (Chenopodium quinoa) flours. Int. J. Food Sci. Nutr. 1999 Sept; 50 (5) : 325-31.

12.    J. Brainum. Il ribosio in pratica. Olympian’s News, 1999 nov-dic ;38 (9):146-155.

 

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